Il cinema sperimentale è per me un linguaggio visivo e sonoro che va oltre la semplice narrazione. È un terreno fertile dove emozioni, concetti astratti e percezioni sensoriali si incontrano, si sfiorano e si trasformano. Quando creo un’opera, non cerco di raccontare una storia nel senso tradizionale del termine. Cerco piuttosto di evocare qualcosa. Un ricordo frammentato, una sensazione indefinita, una domanda che non ha (ancora) una risposta.

Espressione emotiva e concettuale

Spesso, ciò che mi spinge a realizzare un film è la necessità di dare forma a un’emozione o a un pensiero che non riesce a prendere corpo nei limiti di una narrazione classica. Attraverso immagini simbolichesuoni evocativi, e una struttura narrativa frammentata, cerco di creare uno spazio aperto, dove lo spettatore può muoversi liberamente, portando con sé la propria sensibilità e il proprio sguardo. Il cinema sperimentale, in questo senso, diventa un mezzo per esplorare l’invisibile: ciò che si sente, ma non si può spiegare a parole.

Indagine sulla percezione

Un altro aspetto che mi affascina profondamente è il modo in cui il cinema sperimentale indaga la percezione umana. Come percepiamo il tempo? Come reagiamo di fronte a un'immagine che si ripete? Come cambia il nostro ascolto quando il suono non segue una logica prevedibile? Le mie opere sono spesso costruite come esperimenti visivi e uditivi, piccoli laboratori in cui lo spettatore è invitato a mettere in discussione la propria esperienza visiva e sonora. Il mio obiettivo non è spiegare, ma stimolare. Non guidare, ma aprire varchi percettivi.

Sperimentazione con la struttura temporale

Uno degli elementi che più mi affascina del mezzo cinematografico è il tempo. Nel cinema non lineare, il tempo non è più una sequenza ordinata di cause ed effetti. È materia da modellare, da destrutturare, da reinventare. Nei miei lavori, il tempo può fermarsiripetersicollassare su se stesso, o invertirsi, creando paesaggi mentali in cui la memoria e l’immaginazione si fondono. Attraverso queste manipolazioni, esploro il significato stesso del tempo nel cinema e nella nostra esperienza soggettiva.

Credo che il cinema del reale abbia un potere enorme, soprattutto oggi. In un tempo in cui siamo costantemente bombardati da immagini e informazioni, sento il bisogno di rallentare, di restituire al racconto il suo spessore umano. Raccontare, sì. Ma soprattutto: ascoltare, comprendere, restituire.

In definitiva, non mi interessa soltanto documentare. Il mio desiderio più profondo è che ogni storia che racconto possa lasciare un segno. Un piccolo cambiamento nello sguardo di chi guarda. Una consapevolezza nuova. Perché il documentario, nella sua essenza, non è solo il racconto di ciò che è, ma un invito a vedere il mondo con occhi diversi. Con occhi più attenti, più empatici. Con occhi che non si limitano a guardare, ma che cercano di sentire.